13/05/2015

PRIMA GUERRA MONDIALE. ENTRATA IN GUERRA DELL'ITALIA E BOMBARDAMENTO DI RIMINI

 Il 13 maggio scorso abbiamo ascoltato la relazione della Professoressa Magnani, che gentilmente ci ha fornito copia del suo intervento e del materiale proiettato riguardanti l'entrata in guerra dell'Italia, le irredentiste ed il bombardamento di Rimini. Di seguito il testo, mentre le immagini possono essere scaricate QUI

 

Carissimi amici ed amiche,

se  ho scelto questa immagine per iniziare questo mio intervento il motivo è molto preciso: ricordiamo oggi un secolo dopo l’ingresso del nostro Paese in guerra e mi sono interrogata dopo aver lanciato l’idea di commemorare questa data - in realtà in tutt’altra modalità - sulle ragioni che inconsciamente mi avevano motivato a questo nel 2015 quando il mondo e la Nostra stessa nazione sembrano così lontano da quel contesto e già così sofferenti da chiedersi perché parlare e rievocare tanto dolore, “l’inutile strage”, come la definì in modo lapidario il Pontefice Benedetto XV. E ho capito subito il vero incentivo che mi aveva dato e mi dà ora la ragione di queste mie riflessioni. Su queste scalinate di pietra per essere letta da lontano la parola ricorrente è Presente; questo è quello che deve essere chiaro: chi ha lasciato la propria vita, votato al sacrificio o semplicemente obbediente a un dovere per difendere - lasciatemi dire- l’onore e il suolo del proprio Paese deve restare davvero PRESENTE nella mente, nella memoria degli italiani. E’ questo il ruolo della storia: fare giusta e continua memoria di quello che è stato e di quelli che sono stati. Dimenticare è grave ed ingiusto. Appiattisce tutto a quanto accade nell’oggi, ai valori e ai pensieri che urgono al momento e indebolisce lo spessore umano dell’individuo. Almeno è questo il mio pensiero e la ragione per cui faccio da sempre con passione il mestiere di insegnante di storia.

Per iniziare allora con le parole più adatte le mie memorie e riflessioni ho scelto di leggere con voi due testi per me illuminanti di Ungaretti

 

Italia:

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni 

 

Sono un frutto

d’innumerevoli contrasti d’innesti

maturato in una serra

 

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

 

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

 

Fratelli:

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante

Involontaria rivolta

dell'uomo presente alla sua

fragilità

Fratelli

 

Queste due liriche infatti meglio di molte altre riescono a dare l’idea di quello che significasse la I guerra mondiale per chi la viveva. Da un lato l’idea di Italia come terra che porta – sorregge - chi anche è nato lontano e lontano ha vissuto e si è formato…e un’uniforme vista come una culla è così lontana dall’idea più scontata di un militarismo aggressivo da far riflettere molto- oggi- sul valore dell’identità nazionale in momenti in cui la fragilità della vita era così evidente da rimandare all’immagine della foglia appena nata.  Che cos’è allora che porta l’uomo Ungaretti a parlare ad estranei come a Fratelli? E’ proprio l’idea di un’appartenenza comune, superiore che spinge l’essere vivente a rivoltarsi al pensiero di una fine prossima. Ungaretti per me più di ogni altro ha davvero colto la potenza della parola poetica e in contesti come quello di cui stiamo parlando ogni parola aveva realmente il compito di essere come una pietra scolpita nella memoria collettiva.

Ma che cosa aveva portato tanti come il poeta a sceglier volontariamente di combattere per il proprio Paese dopo un anno di neutralità? Quanti invece avevano sperato fino al maggio di un secolo fa di evitare che il Nostro Paese entrasse nel conflitto?

Dovremo allora riprendere rapidamente il filo del percorso storico per inquadrare l’anniversario che stiamo per commemorare. Dunque dopo l’attentato di Sarajevo per mesi in Italia si confrontarono in modo talvolta violento e non solo verbalmente due schieramenti: Neutralisti e Interventisti. # I primi per ragioni alquanto differenti tra loro ritenevano il mantenimento della pace nel Paese - e quindi la Neutralità - assolutamente prioritario e erano convinti che addirittura il Paese sarebbe riuscito ad ottenere vantaggi territoriali promettendo all’Austria di non aprirle un nuovo fronte a Sud.

I Neutralisti furono: liberali, socialisti, cattolici. Giolitti, che sosteneva di poter ottenere Trento e Trieste per via diplomatica, senza grandi sacrifici finanziari; i cattolici, che esprimevano l'opinione pacifista della Chiesa e del Papa, non ostile all'Austria nonché delle grandi masse delle leghe contadine; i socialisti, che in linea di massima si dichiararono neutrali,  diversamente dalla gran parte dei socialisti delle altre Nazioni, perché ritenevano che fosse una guerra di matrice imperialistica estranea agli interessi del proletariato; tra essi c’erano però sostanziali eccezioni, cioè i socialisti rivoluzionari che al contrario vedevano nella guerra l’occasione per provocare la rivolta delle masse contro il capitalismo europeo.  Pochi, ma politicamente rilevanti, per i primi mesi pensarono persino che sarebbe stato opportuno dar corso alla triplice alleanza e ricordiamo che Cadorna era ad agosto già pronto a schierare le truppe a fianco dell’Austria in base da una interpretazione impropria della Triplice, che pure era patto esclusivamente difensivo e non obbligava l’Italia in alcun modo non avendola l’Austria neppure interpellata prima di inviare l’ultimatum alla Serbia né tantomeno prima di dichiarare aperte le ostilità.

Dall’altro lato al proseguire del conflitto, con la violenza che sempre più lo distingueva, gruppi sempre più consistenti di italiani, e vedremo cosa penseranno le italiane, si esponevano per convincere l’opinione pubblica dell’importanza dell’intervento in guerra: tra questi i nazionalisti  tra cui tanti intellettuali eredi di Corradini primo tra tutti D’Annunzio, i futuristi in primis Marinetti per il quale ben lo sappiamo la guerra era “sola igiene del mondo”, ma anche Giovanni Papini che la vedeva come strumento “per eliminare la marmaglia” - con chiaro intento provocatorio - ed infine coloro che si definivano favorevoli all’ingresso nel conflitto contro l’austriaco oppressore perché irredentisti.

# Soffermandoci un attimo sul fenomeno dell’irredentismo che grande presa ebbe sulla parte più storicamente preparata e motivata della Nazione dobbiamo ricordare che tra loro era vivo il pensiero di quanti “fratelli” per dirlo con Ungaretti stavano disertando o si preparavano a farlo per non combattere Trentini o Triestini od Istriani con l’uniforme asburgica. Fabio Filzi, Damiano Chiesa e Nazario Sauro e Cesare Battisti sono martiri ora famosi o dimenticati - e questo dipende sempre dal farne memoria di cui si parlava all’inizio - ma allora erano uomini che come altri aspiravano a veder ricongiunta la loro terra d’origine all’Italia e auspicavano e esortavano gli italiani a prendere il coraggio di “compiere il grande passo per combattere l’ultimo episodio della lotta per l’Unità”.

Ma per compiere appunto questo passo era necessario che superando attendismi e tatticismi, dopo gli inutili tentativi di ottenere dall’Austria in cambio della neutralità le terre di Trieste e Trento, si trovasse una conveniente alleanza con Francia e Gran Bretagna. #

Si giunse così a siglare il Patto di Londra all’insaputa del Parlamento. Il patto fu firmato segretamente il 26 aprile 1915, dopo che Sonnino ed alcuni diplomatici nel mese di marzo e aprile stesso, perciò a ridosso proprio delle trattative con l’Intesa - avevano ancora tentato per valutare la possibilità di ottenere in cambio della neutralità cessioni significative dall’Austria (che però nonostante le pressioni tedesche si dichiarò disposta solo alla concessione del Trentino). Vediamo ora rapidamente che cosa prevedeva questo patto, diviso in sedici articoli, come potete vedere nello hand-out. Innanzitutto esso trovava applicazione solo nel caso in cui l'Italia entrasse in guerra al fianco dell'Intesa entro un mese, ricevendo anche un congruo aiuto militare; ciò che maggior valore aveva erano, però, i territori lì indicati che dunque Inghilterra, Francia e Russia, in caso di vittoria della coalizione, avrebbero concesso all’Italia. Oltre al raggiungimento dello spartiacque in Trentino-Alto Adige – definito ancora come Tirolo meridionale – e Veneto, il nostro Paese avrebbe ottenuto tutta la Venezia Giulia, la penisola istriana tutta con le isole antistanti, ma non Fiume e la costa immediatamente meridionale, con la strategica baia di Buccari e pure le isole antistanti. Scendendo lungo la costa, tuttavia, l’Italia avrebbe ottenuto tutta la Dalmazia settentrionale, un’ampia area intorno a Zara e Sebenico e, cosa da non sottovalutare, quasi tutte le grandi isole della Dalmazia centrale, Làgosta, Curzola, Lesina e Lissa, che ospitavano importanti centri sul piano storico, economico e militare. Già nel patto era adombrato quanto poi sarebbe successo, nel momento in cui era ben precisato quello che, invece, sarebbe spettato a Serbia e Montenegro, ugualmente interessate alla regione, che avrebbero peraltro avuto il resto della costa dalmata con Spalato e Ragusa innanzitutto.

Oltre a questo, che era sicuramente il “piatto forte” del patto soprattutto per le attese dell’epoca, all’Italia era garantito il porto di Valona con l’isola di Saseno – congiuntamente ad un ruolo di garante, per così dire, nella politica estera albanese -, la piena sovranità sul Dodecaneso ed un distretto in Turchia, corrispondente alla regione costiera intorno ad Antalya, nella previsione di un disfacimento dell’Impero ottomano. Molto vaghe erano, invece, le promesse fatte in caso di crollo dell’impero coloniale tedesco.

Occorreva, dunque, che il Parlamento si schierasse nel giro di un mese il mese di maggio - quello di cento anni fa - a favore dell’entrata in guerra, anche se la maggioranza era ancora neutralista specie su input del pensiero Giolittiano ma non solo. Ecco allora la necessità di mobilitare le piazze con adunate e manifestazioni che dessero sempre più la sensazione di una maggioranza pro intervento tanto da assediare politicamente il Parlamento appunto - perché il Re era già pienamente schierato in tal senso - e rendere impossibile il mantenimento della neutralità. Ecco allora il ruolo di d’Annunzio e il maggio radioso. Giornate di propaganda nazionalista, di esaltazione patriottica, ma anche di duri scontri che poi saranno ragione alla fine del conflitto di rivendicazioni e laceranti divisioni quando il patto di Londra non sarà poi pienamente rispettato e ancora D’Annunzio parlerà di “Vittoria mutilata” e di una parte di Paese “grigio, vile e traditore” anche quando la città di Fiume chiederà l’annessione all’Italia, ma non le sarà concessa e D’Annunzio stesso marcerà da Ronchi con i suoi legionari ad occuparla, con le drammatiche conseguenze che tutti ricordiamo, ma che   non è qui opportuno trattare. #

Ma torniamo alle giornate di un secolo fa: le grandi adunate e il clima esaltato ed esaltante che crearono nelle grandi città fu riconosciuto come il sintomo che “ormai la centralità della Piazza cioè delle masse nella vita politica era un dato di fatto che seppur deplorata” da molti dagli stessi nazionalisti come Alfredo Rocco “non poteva essere ignorato, ma andava assecondato in quel preciso ed urgente momento storico”. Si arrivò ad un clima rovente in cui si istigò all’assassinio del debole e “vile” Giolitti simbolo dei deputati che lo appoggiavano. # Salandra si rese conto, però, che il Parlamento non era ancora a maggioranza assolutamente schierato per l’intervento e scelse la strada delle clamorose dimissioni- Il re le rifiutò dando così un chiaro segnale che non dichiarare l’ingresso in guerra avrebbe significato sconfessare il sovrano. Il Parlamento così ratificò l’entrata in guerra il 20 maggio per il 24 successivo. #

Ora però mi vorrei soffermare sulla posizione di alcune figure ignote alla storia ufficiale ma non per questo non rilevanti per uno studio esaustivo del periodo di cui stiamo parlando. Mi riferisco ad un paio di casi interventismo irredentista al femminile in primo luogo. Esistono infatti indagini molto interessanti in merito e hanno attratto la mia attenzione quelle relative ad Irene Scodnik, vedova di Matteo Renato Imbriani, e Stefania Türr.

I due cognomi non rimandano immediatamente all’italianità, ma la loro storia familiare è invece assolutamente esemplare del contesto storico e del particolare clima politico specie in relazione ad un’area geo del Paese.

Il padre della Scondik, goriziano antesignano del volontarismo isontino si era distinto nel 1848 durante i moti precedenti lo scoppio della I guerra d’indipendenza, liberando Cremona dagli Austriaci. Da lui quindi - anche negli anni successivi al fallimentare esito del conflitto- la figlia aveva continuato ad ascoltare la storia dell’Italia occupata, divisa e perciò da redimere. Insieme alla sorella Irma- trasferita la famiglia a Torino- aveva accompagnato come tante altre giovanissime donne della borghesia del tempo la partenza dei soldati per la II guerra d’Indipendenza nel 1859. Le nozze anni dopo con Matteo Renato Imbriani, reduce dall’impresa dei Mille e figlio a sua volta di un altro patriota napoletano, Paolo Emilio, che chiede al figlio di portare avanti ad ogni costo la causa dell’Italia irredenta, faranno di lei una sostenitrice sempre più accesa dell’obiettivo.Prima  agirà come “segretaria” e traduttrice per il movimento “Pro Italia irredenta”  e per il giornale “l’Italia degli italiani” ( che aveva agganci oltralpe e necessitava dunque di chi potesse studiare la stampa estera) e poi dopo la morte del marito, perciò proprio negli anni di cui stiamo parlando, sarà anima in prima persona dello stesso movimento. E’ curioso notare come quest’ultimo nascesse a Napoli dove i coniugi si erano recati a vivere. Non si pensa facilmente ad un irredentismo al Sud ed invece è questo un elemento molto interessante. Mille, patrioti della repubblica partenopea del 1848 e volontari delle guerre d’Indipendenza crescono i figli uomini e donne nel medesimo Pensiero: l’Italia è ancora da completare.

  Irene sogna alle soglie del XX secolo ( è lei che lo scrive in una sua originale biografia) “una guerra nazionale…un nuovo olocausto che riconsociasse gli estremi lembi squarciati dell’Italia nostra a rendere più facile la riconquista definitiva e sicura”(1); alla fine degli anni ’70 del secolo precedente era rimasta profondamente delusa  dalla politica estera dell’Italia postunitaria e in specie di quella della sinistra storica, che aveva siglato il “patto infame” per chi aveva la sua stessa visione, cioè la Triplice Alleanza con l’usurpatrice Austria, relegando di fatto la questione delle terre irredente a vicenda secondaria e su cui soprassedere in cambio di un appoggio internazionale contro la Francia per questioni coloniali. Ora dunque dopo decenni, benché ormai provata dall’età, questo straordinario personaggio aderisce con entusiasmo alla causa interventista sentita nel suo caso come in quello che poi vedremo come inevitabile ed ormai improcrastinabile completamento degli ideali risorgimentali: partecipa concretamente ai comitati napoletani delle “Donne alleate” con la sorella Irma, ella prima pacifista e femminista, poi come conseguenza della posizione di Irene, ma anche dell’aggressività tedesca e dell’agire di molti dei gruppi femministi del resto d’Europa, fervente interventista. E il 20 giugno del 1915, quando finalmente per lei la guerra è iniziata, consegna ad un gruppo di volontari una bandiera tricolore: “Un gruppo di giovani volontari che volevano vestire la camicia rossa in guerra, presentatimi da Gennaro Riboni, loro istruttore, volevano da me un ricordo garibaldino. Non essendo da me il caso di contentarli ho proposto di offrire loro una bandiera tricolore con la scritta Viva l’Italia tutta redenta ricamata in seta, ed il 20 giugno (1915 n.d.r), nella sala della Minerva,venne loro consegnata da un gruppo di distinte signore e in mio nome mia sorella Melany fece il discorso inaugurale. Questi giovani volontari furono iscritti tra i cacciatori delle alpi portando la camicia rossa sotto l’uniforme[…]”(2)

Altro caso che si lega ma altresì si diversifica da questo è quello di Stefania Türr redattrice de “La madre italiana” e autrice di un resoconto sul suo singolare viaggio in trincea nel 1917: prima vera cronista di guerra femminile. Lei stessa spiega che è stata spinta ad andare personalmente in prima linea dal tenore delle lettere dei soldati che scrivevano alla rivista. Tra questi Cesare Battisti che lei ricorda come martire ed eroe alpino e la cui figura la lega anche alla Scondik, poiché a lei poco prima di essere fatto prigioniero aveva scritto, ricordando la figura dell’Imbriani, legando così anche lui la storia del Risorgimento e dei Mille a quella della prima guerra mondiale, suo ideale completamento.

Ed ai Mille, nonostante il cognome, si connette anche la  storia familiare della scrittrice : infatti il padre di Stefania, il generale ungherese Stefano, si era fatto naturalizzare italiano e aveva partecipato alla spedizione dei Mille (diventando sul campo comandante di una divisione - cosa che lo riempì d’orgoglio, ricorda lei stessa) e aveva cresciuto perciò la figlia con quelli che chiama “ricordi guerreschi”, tanto che Lei stessa ricorda- ne “L’opera di Stefano Türr raccontata dalla figlia”- le sue prime parole furono “Papà e Mille”: la figura materna nelle storie delle due donne appare molto labile.

“A tre anni giocavo alla guerra […] e facevo un fracasso indiavolato nelle battaglie che improvvisavo. […] A 4 anni mettevo in fila maschietti e bimbe ed io in testa si marciava, naturalmente contro l’Austria. A 5 anni con le lettere maiuscole che papà mi aveva comprato per insegnarmi l’alfabeto composi due frasi: ‘Viva il re a morte l’Austria’. A 7, in una battaglia navale affondai tutta la flotta di mio cugino Loulou, ancorata nella gran vasca del giardino di casa nostra sul lago Balaton: ‘così perisca l’Austria! Gridai’(3)”.

Come per Irene anche per Stefania l’educazione patriottica fu ragione essenziale all’adesione alla causa interventista. Garibaldi, Cavour e Mameli sono per lei volti familiari perché dalla prima infanzia ha imparato il loro nome presso la culla.  La motivazione principale viene indicata nei confini da ristabilire “la liberazione della terra dal nemico che la calpestava” e espressioni come “il grande olocausto il sangue da spargere per i sacri confini della Patria” rientrano nell’idea di guerra come crociata per la difesa della nazione propria del linguaggio del discorso nazional patriottico fin dalla fine del 1700.

Diverse appaiono però le posizioni sul ruolo delle donne in guerra tra le due perché Stefania che ha un figlio di 11 anni allo scoppio del conflitto vorrebbe, se potesse, combattere lei stessa ed infatti si reca più vicino possibile alla linea di fuoco e critica in modo aspro e sarcastico quante in tali momenti si occupano di frivolezze, come abbigliamento e mondanità.

“Io vado al fronte, e vorrei gridarlo alto specialmente a quella damina che mi sta incontro tutta agghindata come una pupattola e tutta intenta a tenere in buon ordine le pieghe del suo abito […] e anche a quel giovanotto che mi pare così brutto nel suo abito borghese: che diamine fa un giovanotto vestito da borghese in un treno che va verso Udine, ma perché vi è montato? che viene a fare questo disutilaccio”  (4)

 Irene per età e formazione sostiene piuttosto un ruolo sussidiario delle donne: la CRI e altre associazioni filantropiche e di supporto logistico ed infermieristico sono per lei il più giusto apporto che il movimento femminile può dare alla Patria.

Importante e condiviso rimane però il bilancio a guerra conclusa che la stessa Türr traccia nell’ottobre del 1918: “Che cosa sarebbe avvenuto della grande Italia se le donne per animo debole o per non sicura coscienza della gravità del momento che attraversa la patria, non avessero saputo dar prova di così squisita coscienza nazionale?[…]Oggi il bilancio morale e materiale degli anni di guerra è tutto a favore di noi donne e possiamo perciò presentarci a testa alta dinanzi agli uomini e domandar loro: e ora? Nei giorni del lavoro febbrile nei giorni della trepidazione e del dolore ci avete chiamate e noi siamo accorse e vi abbiamo dato l’aiuto necessario e proficuo, oggi che la nostra opera è compiuta attendiamo il nostro premio. Noi non possiamo più essere assenti dalla vita politica delle nazioni e voi dovete provvedere”(5),  attraverso il quale si delinea- inoltre- la richiesta di equiparazione delle donne agli uomini nell’ambito dei diritti civili in ispecie del diritto al voto: ma questa è altra storia.

Vorrei ora piuttosto prendere brevemente in esame un’altra storia minore ugualmente interessante, questa volta per quanto riguarda il fronte neutralista. #

Parleremo di una realtà diversissima socialmente e lontana anche geograficamente dai grandi centri: il Friuli della comunità contadina che visse drammaticamente la guerra già dall’estate del 1914 in quanto lo scoppio del conflitto interruppe in modo inatteso ed improvviso i rapporti commerciali tra gli stati in guerra causando il massiccio rimpatrio degli emigranti che con il loro ritorno in condizioni tristissime moralmente e economicamente mostrarono da subito il lato più comprensibile della guerra alle masse del territorio : lo spettro della fame e della povertà più nera. La via pontebbana che dall’Austria conduce in Carnia veniva ripercorsa a ritroso raccontano gli storici “verso i propri cari con cui si andava a condividere la miseria” (6). Basti pensare che già il 5 agosto 1914 a Pontebba erano concentrati 4000 emigranti e su 80.000 lavoratori stagionali, che trascorrevano metà dell’anno nelle terre austro-ungariche, 53000 avevano fatto ritorno a casa già a fine agosto. Erano lavoratori di fornaci miniere tessiture e dell’edilizia nei più svariati territori dell’Impero ed ora per primi tra gli Italiani vedevano le conseguenze della guerra. E non ne coglievano certo l’aspetto politico- storico, ma solo quello strettamente economico.

Qui non arrivarono gli echi delle polemiche romane; né si trattavano i legami con la vicenda risorgimentale, benché tanto vicini si fosse rispetto all’area Irredenta del Paese.

Qui prevaleva il quotidiano bisogno e i denari per sopravvivere venivano proprio in gran parte dal lavoro in terra straniera. La Carnia, ma tutta la provincia udinese, aveva dato sempre il maggior contributo all’emigrazione temporanea verso Austria e Baviera. In pochi mesi stante la situazione politica e militare e la povertà del tessuto economico interno la popolazione si trovò in condizioni di emergenza: scarseggiavano cibo e carbone e la stagione fredda sarebbe stata presto alle porte. Già sul finire della prima estate di guerra, quando nel resto del Paese appena si discuteva di scelte politiche il Comune di Udine tracciava il quadro delle tragiche conseguenze del conflitto che sarebbero vieppiù peggiorate nel caso di un intervento italiano in guerra: il perché è facile da intuire da un punto di vista anche solo strettamente economico- alimentare.

Qui perciò la posizione femminile – come del resto quella massa popolare- ma in modo ben evidente e propositivo si schierò a favore della neutralità, contro la guerra. 

L’episodio culminante di questa vicenda può considerarsi la manifestazione di Villa Santina il 28 febbraio 1915 di cui tratta particolarmente Luca De Clara (7): un grande comizio contro la guerra per “il pane, il lavoro e la neutralità”. Le autorità vi posero il veto, ma nonostante ciò i partecipanti furono almeno 5000, ricordano i testimoni e gli storici, quelli che da Prato Carnico e altre disperse località della vallata avevano raggiunto il piazzale di Villa dove nonostante l’imponente schieramento di forze militari da parte delle istituzioni scoppiarono violenti scontri tra i dimostranti e i carabinieri appunto. Le donne – ricorda sempre De Clara portavano innanzi al corteo cartelli con scritte “Lauco: pane e non piombo” “lavoro non guerra” e “morte alla guerra” e il più significativo tra tutti: “Noi donne per i nostri figli chiediamo pane e lavoro: non guerra e proiettili”. La protesta conquistò la piazza e i dimostranti non furono colpiti dalle forze dell’ordine consce dell’inferiorità numerica, ma anche trattenute proprio dalla presenza di tante donne contro cui non si poteva innescare un bagno di sangue per di più fratricida.

E’ storia però nota che all’indomani della dichiarazione di guerra queste furono le terre che per prime e più di molte altre furono per quattro anni travolte dal conflitto e i cui fanti ed alpini però non si sottrassero al richiamo alle armi e combatterono contro il nemico con coraggio e lealtà. #

Vorrei ora concludere ricordando un evento che ci tocca da vicino. All’indomani dello scoppio della guerra infatti la marina austriaca che aveva predisposto la flotta del Nord Adriatico a Pola pronta per l’attacco sulla costa italiana- con corazzate e incrociatori- diede l’avvio alle operazioni militari e la nostra città come molte altre del litorale fu colpita fin dalle prime ore del 24 maggio.

Infatti quando è appena luce un dirigibile gira nei cieli riminesi, sostando in particolare sopra il ponte della ferrovia Bologna-Ancona. # La gente crede che si tratti di un'ispezione della nostra aviazione. Più tardi quattro colpi di cannone sono sparati contro la riva da un incrociatore corazzato austriaco distante poco più di due km. La gente «ritenne che una nave italiana salutasse 'a salve' la nostra entrata in guerra».

 

 Queste e altre memorie di cui farò menzione sono parte integrante di un opuscolo del deputato liberale Gaetano Facchinetti il quale rammenta che mentre alcuni curiosi si avvicinano alla marina «spensierati e quasi giocondi», dall'incrociatore Sankt Georg (parte di un gruppo formato anche da due torpediniere) partono 54 colpi verso la città, con obiettivo proprio il ponte della ferrovia che era stato ispezionato dal dirigibile-spia.

 

# L'attacco del nemico, provoca un morto, identificato come Augusto Merighi (8). La sentinella del ponte, il soldato Nicola Dinanno, 37 anni, della IV compagnia Costieri, pur ferito al capo ed alle gambe, prima di essere sostituito non abbandona il posto di guardia.

 

 

Facchinetti, che allora era deputato liberale, rassicura il capo del governo Antonio Salandra: l'aggressione subìta «ha altamente ravvivato lo spirito pubblico». Continuava Facchinetti nel suo messaggio: «Rimini patriottica e marinara, pure attraverso i pericoli del momento, guarda serena e sicura al glorioso domani». Il Presidente del Consiglio risponde compiaciuto «vivamente delle condizioni di spirito pubblico della forte cittadinanza riminese».

 

Il sindaco Adauto Diotallevi proclama: «Nessuno scoramento, nessuna trepidazione, perché le sorti della Patria sono affidate al valore dei nostri soldati di terra e di mare». Pochi giorni dopo, racconta ancora Facchinetti, «partiva da Rimini per la guerra un forte numero di giovani volontari».

 

 Il 18 giugno, dalla distanza di otto km, un incrociatore per 40 minuti spara 80 granate sopra la città e dintorni. Danni al solito ponte ferroviario ed al binario per Ravenna, oltre che all'oratorio di sant'Antonio sul porto, al convento dei Paolotti in piazza Giulio Cesare ed a qualche casa in centro e periferia.

 

I guai maggiori sono per «la numerosa e povera classe marinara», dato che spiega ancora Facchinetti, il governo vieta «ai trabaccoli di solcare il mare»: alla «miseria della classe priva di lavoro», s'accompagna il «deperimento dei legni» (tanto che alcuni vecchi marinai distrussero «con le loro stesse mani quei trabaccoli la cui costruzione era costata lunga fatica e penosi sacrifici».

Salandra ha parole di encomio per i riminesi che non si sono lamentati con il Governo, ma hanno piuttosto agito in modo propositivo.

Scrive Facchinetti: «Le aggressioni già sofferte, il ritmo normale della vita cittadina in molta parte arrestato, completamente soppressa la pesca, cessato ogni commercio dei trabaccoli che con proficui risultati raggiungevano in passato le rive di Trieste, di Zara, di Pola, di Fiume, scomparso addirittura ogni vantaggio per l'industria del forestiero; tutto ciò fa ben comprendere quale e quanto disagio andava formandosi nella popolazione con particolare ripercussione sulla economia della città».

Più nessun pericolo nemico giunse dalla flotta nemica, dopo che sono state disseminate mine lungo il perimetro costiero e grazie  alla presenza di sottomarini di sorveglianza.

Vorrei ora sottolineare per concludere un aspetto curioso, se vi si riflette. Ricorda, infatti, Facchinetti sempre: “Il Comune, il 10 agosto 1915, ha disposto che per l'imminenza di bombardamenti aerei fosse dato l'allarme con il suono a stormo della campane della torre civica. Per quelli marittimi, invece lenti rintocchi. Ai campanari del Tempio e delle chiese di San Giuliano, San Nicolò, San Gaudenzo e San Giovanni spettava di ripetere immediatamente quei segnali. Il cessato pericolo era poi comunicato dalle trombe dei pompieri montati sull'autocarro o in bicicletta”.

La guerra dunque era per alcuni aspetti enormemente innovativa: carri armati, gas nervini bombe a mano e mitragliatrici, ma la popolazione veniva avvertita come nel Medioevo con le campane delle Chiese e il cessato pericolo arrivava spesso in bicicletta.

Ringraziando tutti per l’attenzione, voglio accomiatarmi ancora con le parole di Ungaretti: “M’illumino d’immenso” guardando il nostro cielo e il nostro Mare Adriatico con la certezza di attraversarlo in pace tra Nazioni ciascuna con la propria identità e storia da non dimenticare.

 

Note e bibliografia essenziale.

I. Scodnik, Un matrimonio originale, Carte Lapegna, Biblioteca Nazionale di Napoli.

I. Scodnik, Anni della mia vedovanza, Biblioteca Nazionale di Napoli.

S. Tὒrr, L’opera di Stefano Tὒrr nel risorgimento nazionale, (1849-1870), descritta dalla figlia, Firenze, Tipografia fascista, 1928,pag.13.

S. Tὒrr, Ivi, pag.22.

S. Tὒrr, Interessi femminili, in La Madre italiana , III, 10, 1918,pp.427-428.

A cura di E. Folisi,  1914 La Guerra degli altri e i Friulani, provincia di Udine, 2014.

Luca De Clara “ Mutare la penna nella santa carabina” in E. Folisi, ivi, pp 265-287.

In proposito del nome del caduto Merighi si ringrazia il dottor Menghi Sartorio, che nel corso della serata del 13 maggio 2015 ha specificato trattarsi in realtà di un Menghi, suo antenato di cui per errore fu travisato il nome.

Agli ospiti della serata era stata fornita una copia dell’Allegato n.1 del documento originale del Patto di Londra, fornito gentilmente dalla Biblioteca di Lugo di Romagna.

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